Le Olimpiadi invernali del 2026 a Milano Cortina sono state caratterizzate da un insolito livello di attrito politico, illustrando una tendenza crescente: i Giochi moderni non sono più spettacoli di evasione, ma arene in cui i conflitti nazionali e ideologici si svolgono in tempo reale. Dagli scherni rivolti al vicepresidente JD Vance durante la cerimonia di apertura agli atleti che mettevano apertamente in discussione la loro rappresentanza degli Stati Uniti sotto l’amministrazione Trump, l’evento ha sottolineato una semplice verità: la separazione tra sport e politica è un mito.
Gli atleti parlano in mezzo alle polemiche
Diversi atleti statunitensi hanno espresso disagio nel competere per una nazione coinvolta nei disordini interni, in particolare per quanto riguarda le azioni dell’ICE e le politiche dell’amministrazione nei confronti degli immigrati e della comunità LGBTQ+. Lo sciatore freestyle Hunter Hess ha espresso senza mezzi termini il suo disagio, chiarendo che “solo perché indosso la bandiera non significa che rappresento tutto ciò che sta accadendo negli Stati Uniti”. La pattinatrice Amber Glenn ha fatto eco a questo sentimento, inquadrando il clima attuale come un catalizzatore di unità tra i gruppi emarginati.
Queste dichiarazioni hanno innescato una reazione immediata da parte del presidente Trump, che ha etichettato Hess come un “perdente” su Truth Social, mentre Glenn ha ricevuto un’ondata di minacce, costringendola a fare un passo indietro dai social media. Questa risposta evidenzia una dinamica più ampia: gli atleti che si discostano dal previsto fervore nazionalistico affrontano conseguenze politiche dirette.
Una tendenza in crescita: gli atleti come attivisti
Questo non è un incidente isolato. I Giochi del 2026 rispecchiavano le tensioni viste ai Giochi estivi di Parigi del 2024, dove la pugile algerina Imane Khelif divenne un punto critico nei dibattiti sugli atleti transgender, nonostante non si identificasse lei stessa come transgender. Il modello risale a molto tempo prima, alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968, dove Tommie Smith e John Carlos usarono il supporto per le medaglie per protestare contro l’ingiustizia razziale.
La crescente disponibilità degli atleti a politicizzare le proprie piattaforme riflette un cambiamento culturale più ampio. Come osserva Simone Driessen, docente di media e cultura popolare, “c’è da aspettarsi che gli atleti parlino apertamente delle proprie convinzioni”. Le celebrità, inclusi musicisti come Taylor Swift, sono diventate apertamente politiche, creando un precedente per gli atleti con visibilità comparabile. Questa tendenza è esacerbata dai social media, che amplificano sia il sostegno che la condanna.
L’illusione dello sport apolitico
L’idea che le Olimpiadi debbano essere “apolitiche” è sempre più insostenibile. Come sottolinea il pattinatore Adam Rippon, “è impossibile credere che la politica non sia intrecciata in tutto ciò che facciamo”. L’attuale clima politico, in particolare sotto l’amministrazione Trump, ha reso il parlare apertamente più pericoloso ma anche più cruciale. Gli atleti ora rischiano ripercussioni reali per il loro dissenso, ma le loro voci offrono una contro-narrativa ai messaggi ufficiali.
Questo cambiamento non riguarda l’introduzione della politica nei Giochi, ma il riconoscimento che la politica è sempre stata presente. L’illusione della neutralità è andata in frantumi e gli atleti stanno ora sfidando apertamente l’aspettativa che rappresentare un paese equivalga a sostenerne le politiche. Le Olimpiadi, intenzionalmente o meno, sono diventate uno specchio che riflette le lotte e le divisioni delle nazioni nel mondo reale.
In conclusione, i Giochi invernali del 2026 non sono stati solo un evento sportivo; erano un campo di battaglia culturale e politico. La volontà degli atleti di parlare apertamente, nonostante le reazioni negative, sottolinea l’inevitabile verità che lo sport, come tutti gli aspetti della vita moderna, è profondamente radicato nelle realtà politiche.






















